Recensione a cura di | Alessandro Pesce
“Sam Gallo, musicista inglese di ventisette anni di origine italiana, precipita in una devastante crisi creativa e nella dipendenza dai farmaci. Schiacciato dalle pressioni del proprio entourage, che pretende un nuovo successo, torna in Italia, nei luoghi della sua infanzia, nel disperato tentativo di ritrovare l’ispirazione perduta. Ma nella casa in cui sceglie di isolarsi, entra in contatto con oscure presenze che sembrano nutrirsi delle sue paure, della sua angoscia e del suo disperato bisogno di creare musica. Quella che credeva essere la sua ultima possibilità di rinascita si trasforma lentamente in un incubo, dove il confine tra realtà e soprannaturale diventa sempre più sottile…
Atmosfere cupe, piccoli squarci di luna piena, inquietanti note che echeggiano dentro una spettrale villa e impercettibili profumi di morte, sono le radici del nuovo “Romanzo Visivo (o visionario) di Federico Zampaglione : The Nameless Ballad.
Uno spartito fatto di solitudine e pazzia, segna l’esistenza del protagonista di questa “Nu” Gothic Story, capace di strizzare l’occhio al passato, pur mantenendo salda la presa sulla composizione strutturale Contemporanea; non affidandosi, però, all’uso (o abuso) di Clichè poco necessari alla Trama solo per soffocare qualche piccolo grido smorzato in gola ed annessi micro spasmi muscolari improvvisi. Zampaglione elimina le caratteristiche nel “Nuovo Horror” e si affida ad una narrazione tanto lenta quanto tenebrosa, alterando, completamente, la percezione del tempo e portando lo spettatore dentro una sorta di soggettiva Dantesca attraverso brusche discese nell’abisso più malinconico. Ogni frame assume contorni di una figura non sempre visibile (ma opprimente) , disponibile a tendere la mano al protagonista del racconto (Jamie Ward) pur non annunciandone la precisa direzione. Questo smarrimento emotivo sarà la chiave dell’intero Operato; una chiave che aprirà le porte dell’inferno e che utilizzerà un pianoforte come strumento per indicarne il sentiero. Federico Zampaglione conosce il cinema “Di Genere” e sa come muovere la macchina da presa in perfetta simbiosi con la professione che lo ha reso celebre al Grande pubblico : La Musica. Unire i tasselli, rendendoli un unica Mostruosa Forma, doveva essere lo Step successivo per arricchire il suo bizzarro parco dei divertimenti. Se, a ciò, uniamo la collaborazione con la curatrice di Dylan Dog Barbara Baraldi, la partitura della Suite non poteva che diventare un annunciato Valzer di Morte : Tutta la Poetica dell’artista Romano è abbinata ad un violino maledetto, accarezzato dalle delicate (ma neanche tanto) mani Femminili come un eco in lontananza, offrendo una spietata spina di rosa al pallido sapore della nebbia. Le due menti si divertono a dirigere la trama verso il sudore di un incubo non troppo irreale, deviando la psiche e non dando tanti punti di riferimento tra verità ed illusione. Le atmosfere quasi cimiteriali sono gestite da un comparto tecnico curato in modo raffinato, creando un contorno che decide volontariamente di virare verso il Thriller psicologico, lasciando in seconda linea, quella che, fino ad ora, ha rappresentato la firma stilistica del Regista.
Separando ogni film, infatti, notiamo diversi stili a quelle che, se pur scomode e poco eleganti, etichette che, inevitabilmente, devono esser date per catalogare una pellicola; Un discorso non troppo gentile alla quale bisogna, però, render conto : Se prendiamo Shadow (Link al Prodotto) troveremo un ambiente Sporco, crudo con colorazioni ruvide, nauseabonde ,satinate, ricco di Violenza che ricalca il cinema di Tobe Hooper ; Tulpa (Link Al Prodotto) riporta un Giallo di stampo Argentiano verso una sensualità perversa dove, il gioco alla ricerca dell’assassino, diventa un intrigo mortale tanto caro al cinema Settantiano ; The Well (Link Al Prodotto) ricco di scene al limite dello Splatter condite dal pallido sapore tipico di casa Hammer Production e gestito magistralmente da Claudia Gerini (già presente in Tulpa) e Lauren LaVera (la protagonista di Terrifier 2 & 3). Ecco, con quest’ultimo The Nameless Ballad, ogni lavoro adotta e riporta una caratteristica (ricollegandoci al discorso precedentemente accennato) molto particolare : Non ripetersi Mai.
Federico Zampaglione assume, così, non solo, il ruolo di autore, regista, ideatore di storie, ma anche quello di funambolico trasformista dei Generi, articolando trame accessibili ad ogni tipo di palato, senza fossilizzarsi sul semplicistico e comodo meccanismo di simil serialità ; mascherando tutti i propri sentimenti dentro contesti differenti tra loro e annunciando, al Mondo , quanto l’arte sappia miscelare ogni colore sentimentale a seconda dell’occasione richiesta e/o ricercata. Questa Ballata Senza Nome collega la drammaticità di un musicista, in crisi creativa, con la selvaggia ricerca di sè stessi, portando, come spesso, purtroppo accade, un crollo, la cui, riuscita di successo, non è data per scontata. Tutte connotazioni che si discostano bruscamente con i prodotti precedentemente nominati e che portano una, personale, evidente (ed ulteriore), crescita nel settore registico. Sopra le sezioni tecniche, sono impeccabili le scelte di inquadrature, lasciando spazi necessari al servizio dello scorrimento della storia e giocando tantissimo sulle estensioni che, paradossalmente, diventano cunicoli mentali stretti fino allo svenimento. Ogni Frame è studiato per evidenziare la smisurata dimensione ambientale, capovolgendola con l’attività mentale del protagonista; sempre al limite dell’autodistruzione e con allucinazioni maligne la cui, manifesta natura, resta e resterà ignota. Anche il discorso legato alla musica stessa non è , e non ha, una radice gettata al caso ; se pensiamo all’ossessiva ripetitività delle note scandite durante tutto il girato ; il metronomo che segna , come un battito cardiaco, il tempo da seguire (o inseguire…nel termine più malsano) : sono tutte parti di di una calibratura vitale destinata a chiudere il proprio cerchio da un momento all’altro, senza, obbligatoriamente, dare il peso specifico allo strumento utilizzato, forzando, così, l’interruzione in modo tanto brusco e ponendo fine al tipo di capitolo come una diga utile a sbarrare il cammino di un fiume.
Il Regista interrompe, così, il lungo scorrimento di sangue (ma non per questo totalmente anemico) e si affida al più pericoloso tsunami cerebrale, artefice di ben più subdole turbe che, come azioni di disturbo, non semplificano la composizione di quel grande e bellissimo spartito chiamato “Vita”.
The Nameless Ballad parla di Mostri, non quelli rappresentati dal cinema come abuso comune; ma di quegli inflessibili demoni che la nostra immaginazione evoca e che consuma, in modo cannibalesco, ogni piccolo filamento del nostro cervello : Pericolosi animali affamati di confusione che giocano, in modo velenoso, contro ogni tipo di volontà razionale.
Un Film Spietato ma che racconta, con eleganza, le difficoltà e le fragilità alla quale non bisogna mai voltare lo sguardo.
Dopo l’anteprima mondiale al FrightFest di Londra e il passaggio a Lucca, The Nameless Ballad arriva dal 5 NOVEMBRE AL CINEMA con Filmclub Distribuzione, in collaborazione con Scream Hub di Prime Video.
Nel cast Jamie Ward, Alana Boden, Giglia Marra e Fabrizio Ferracane.
Una produzione Somic Film, in associazione con Minerva Pictures.
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